(M5s) I continui addii sono già costati 2 milioni di euro l’anno

Circa due milioni di euro l’anno. L’addio dei parlamentari 5 Stelle, tra grillini delusi o cacciati dal Movimento, fa piangere le casse pentastellate di Camera e Senato. Perché per i 5 Stelle, che hanno rinunciato a un bottino di 42 milioni di euro rifiutando i rimborsi elettorali, i soldi corrisposti ai gruppi parlamentari risultano vitali. Si tratta di fondi che servono per lo più a finanziare personale -a partire della staff comunicazione- ma anche servizi e spese varie.

Fondi che, stando ai regolamenti di Camera e Senato, si assottigliano parallelamente alla consistenza numerica di ciascun gruppo.

I 5 Stelle in questi tre anni e mezzo di legislatura hanno conosciuto un esodo senza precedenti, contando ben trentotto addii e nessuna new entry. Dunque, il 23% di parlamentari in meno. Entrati in 163, -109 deputati e 54 senatori- decisi ad aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, i 5 Stelle son rimasti in 125, 91 alla Camera e 35 al Senato. Una vera e propria emorragia mai compensata da nuovi innesti. Con contraccolpi sulle casse dei gruppi di entrambi i rami del Parlamento.

Per ogni deputato, infatti, la Camera corrisponde circa 50mila euro l’anno. Ciò significa che, calcolatrice alla mano, i 5 Stelle hanno perso solo a Montecitorio oltre 800mila euro l’anno. «Ma questo non ha portato a sforbiciate del personale o ai servizi – puntualizzano fonti

M5S – siamo riusciti a tirare avanti nonostante il venir meno di queste risorse».

Al Senato, invece, fronteggiare il calo dei fondi è risultato un tantino più complicato. Tanto che, in passato, i soldi al gruppo hanno contribuito a frenare alcune espulsioni di senatori dissidenti, all’inizio della legislatura messi alla porta con estrema facilità dai due garanti, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. A pesare sull’ago della bilancia, o meglio sui conti di Palazzo Madama, anche il numero più esiguo di eletti.  Su 54 parlamentari votati nelle file del Movimento, ben 34 si sono chiusi la porta dei 5 Stelle alle spalle.

Tradotto in soldoni, oltre un milione e duecentomila euro andati in fumo, visto che i contributi per ciascun eletto al Senato salgono sopra i 60mila euro l’anno, tagliati per ogni addio e passaggio ad altro gruppo. Diverse sono invece le regole vigenti a Montecitorio. Prevedono, infatti, che la Camera trasferisca ai Gruppi parlamentari un contributo unico e onnicomprensivo.  L’ammontare complessivo di quest’ultimo, determinato in sede di approvazione del bilancio annuale di previsione, viene suddiviso tra i gruppi in proporzione alla rispettiva consistenza numerica, con deliberazione del Collegio dei Questori.

Ma alla modifica dei piani di ripartizione si procede esclusivamente quando un gruppo parlamentare cessi o se ne modifichi la consistenza numerica nella misura di almeno un quinto. Se questa condizione non si verifica, la ripartizione del contributo resta immutata. Ecco perché, anche a fronte di nuovi addii, i 5 Stelle a Montecitorio non rischiano salassi, almeno che non ci siano divorzi di massa.

Certo è che della diaspora grillina finora hanno beneficiato un po’ tutti i partiti, trasversalmente. Perché in questa complicata storia di liti, addii e minacce, risse in assemblea, espulsioni, sputtanamenti sul blog di Beppe Grillo e piccati botta e risposta sui social network, i 5 Stelle sono approdati un pò dappertutto. Gruppi misti a parte.

La giravolta più sensazionale, forse, è stata quella di Gessica Rostellato.

L’ex grillina passata alle cronache, a inizio legislatura, per aver rifiutato la stretta di mano di Rosi Bindi: dopo una breve esperienza in Alternativa libera, la deputata un tempo ribelle è entrata nelle file del Pd, sugli stessi scranni -ironia della sorte- della compagna di partito Bindi.  Ma Rostellato non è la sola grillina delusa ad aver scelto i dem. Con lei Tommaso Currò, protagonista di un celebre discorso in Aula in cui annunciò l’addio ai 5 Stelle e giurò fedeltà a Renzi tra i fischi e gli sguardi allibiti degli ex colleghi di partito. Nel Pd anche Alessio Tacconi, Sebastiano Barbanti e Paola Pinna, transitata prima per Scelta Civica.

Per tutti loro il passaggio è stato contrassegnato da insulti, attacchi al vetriolo e persino minacce di morte in Rete. E dello scambio di accuse a doppio binario con i 5 Stelle: “Ve ne andate per soldì”, hanno tuonato in più di un’occasione Di Battista, Taverna e compagni.

“L’uno vale uno è andato a farsi benedire”

..è la risposta di chi ha scelto di approdare in nuovi lidi.  Altro cambio di casacca che ha destato parecchio stupore, quello di Adele Gambero: tra i primi parlamentari messi alla porta da Grillo in persona. La senatrice, dopo una lungo periodo nel misto, ha sposato la causa di Verdini e compagni entrando nel gruppo Ala.

Altra storia è quella degli ex grillini che hanno dato vita ad Alternativa libera, componente del gruppo misto nata da una costola del Movimento per ritrovarne i principi traditi, almeno a detta dei fondatori. La miccia che accese il fuoco di Al è rintracciabile in una sera senza precedenti per i 5 Stelle, quando un gruppo di deputati ed attivisti si spinsero fin sotto casa di Grillo, a Marina di Bibbona, per chiedere lumi sulla cacciata di due parlamentari.

Da lì nacque Alternativa libera, in un primo momento capitanata dal dissidente Walter Rizzetto, ora al fianco di Giorgia Meloni in Fdi. Gli altri ‘alternativì si sono uniti a Possibile, la creatura politica di Pippo Civati. Mentre Mara Mucci, che in un primo momento aderì ad Al, milita ora nei Radicali italiani.

Tanti coloro che hanno virato a sinistra. Tra questi Francesco Campanella, Adriano Zaccagnini e Fabrizio Bocchino. Mentre Luis Alberto Orellana, il senatore che i 5 Stelle candidarono alla presidenza di Palazzo Madama, è approdato nel gruppo per le Autonomie. Dall’opposizione, dunque, alla maggioranza. Stessa sorte per i senatori che hanno deciso di aderire al gruppo Grandi autonomie e libertà: Monica Casaletto, Bartolomeo Pepe e Paola De Pin, ora compagni di ‘squadrà di Gaetano Quagliariello, Carlo Giovanardi e Giulio Tremonti.

C’è chi è invece tornato ad alimentare l’Italia dei valori. Si tratta dei senatori Alessandra Bencini e Maurizio Romani, iscritti al gruppo misto ma nella componente Idv. Non è mistero, del resto, il contributo di Gianroberto Casaleggio al partito fondato da Antonio Di Pietro. Nei due ex grillini la convinzione che dimorino lì, nel partito messo in piedi dal pm di mani pulite, i valori alla base del Movimento ma ben presto traditi da Grillo e i suoi eletti, almeno a detta dei due senatori toscani.

Spazio ai grillini pentiti anche nel partito di Angelino Alfano -Area popolare- nato dal matrimonio tra il Ncd e l’Udc. Nelle sue file ha trovato posto Fabiola Anitori, tra gli sfottò e le stilettate degli ex colleghi del Movimento. Una citazione a parte merita poi il senatore Giuseppe Vacciano, all’epoca dell’addio tesoriere.

Il suo congedo dai 5 Stelle ha scosso nelle fondamenta il gruppo di Palazzo Madama, che sulla sua fedeltà alla causa grillina avrebbe scommesso l’intera cassa.  Vacciano ha lasciato il Movimento, profondamente deluso, ma deciso a non tornare indietro, rinunciando insindacabilmente anche allo scranno da senatore. Ma la sua si sta rivelando una mission impossible: l’Aula di Palazzo Madama ha votato per ben tre volte contro le sue dimissioni. In pratica, è prigioniero al Senato.

Per ora staziona nel gruppo misto in attesa di far spazio a un grillino, il primo dei non eletti. Ammesso e concesso che, anche fuori dal Parlamento, non ci siano stati cambi di casacca.

Fonte articolo: Il Mattino

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